Radici e storia delle confraternite in terra milanese e lombarda

Danilo Zardin

[Tratto da: Confraternite. Fede e opere in Lombardia dal Medioevo al Settecento, a cura di Stefania Buganza, Paolo Vanoli, Danilo Zardin, Milano, Scalpendi, 2011, pp. 11-41. Si ringraziano il Comune di Busto Arsizio (Varese) e l'editore Scalpendi per aver acconsentito alla riproduzione del testo introduttivo che apre il catalogo della mostra allestita presso le Civiche Raccolte d'arte di Palazzo Marliani-Cicogna, 26 febbraio-23 aprile 2011].

 
Le confraternite sono diventate per noi un prezioso documento della vita del passato. Nella realtà urbana dei nostri tempi odierni, sono quasi dovunque scomparse. Ne sopravvivono dei resti che ci rimandano solo una debole eco della ricchezza di espressioni conosciuta fino all'inizio del secolo scorso, prima delle grandi trasformazioni della società e della cultura che le hanno travolte insieme a ciò che sussisteva di un intero sistema fondato sulla continuità di antiche tradizioni. Anche nelle aree rurali più periferiche e conservatrici stentano a mantenersi in piedi e soffrono di una crisi di fiducia da parte delle nuove generazioni, a meno che particolari circostanze non riaprano ad esse degli spazi originali, consentendo di riadattarsi a un contesto mutato di funzioni e di modi di agire. Le ritroviamo, allora, alla testa dei rituali religiosi più solenni e spettacolari, nella cornice scenografica delle grandi processioni che sono la tenace eredità di un sentimento religioso comunitario un tempo ancora più florido e coinvolgente. Oppure le vediamo schierate sul fronte dell'assistenza caritativa e del volontariato filantropico, a sostegno dei bisogni prodotti da uno sviluppo del mondo moderno che le costringe a ridisegnare i loro più collaudati profili. In questi canali si riversa quanto rimane vivo di un modo di legarsi in associazione e di costruire reti tra gli individui spesso ormai scavalcato da altre forme più agili e più aperte al futuro generate da una esigenza di socialità che attraversa ogni epoca e gli uomini di ogni condizione: anche là dove, almeno a parole, si esalta il primato dell'autonomia del soggetto isolato e si guarda con sempre maggiore diffidenza alla solidità di legami stabili creati da persone in dialogo tra di loro.
Ma fino a pochi decenni fa, anche a Milano e in tutte le terre lombarde il tessuto aggregativo delle confraternite era ben più che il terreno residuo dell'attaccamento nostalgico alla coesione di un corpo sociale di cui ci si sentiva parte. Era formato da una trama di organismi e istituzioni, in larghissima parte autogestiti dalle forze della società civile, che si insinuava in modo potente e capillare in ogni angolo della vita collettiva. Le confraternite, da noi chiamate anche «scuole», compagnie, consorzi, congregazioni, erano presenti a decine nei centri di maggiore consistenza. Nei più modesti villaggi contadini della pianura e nelle valli alpine, era veramente raro che una parrocchia risultasse sprovvista di almeno un nucleo elementare di fraternità religiosa fondata sull'apporto dei laici residenti. Erano loro che gestivano molte chiese ed oratòri del circondario. Provvedevano all'accompagnamento dei defunti alla sepoltura, prima che si organizzasse l'industria dei servizi di pompe funebri. Erano in prima fila nella raccolta di risorse per alimentare la distribuzione delle elemosine e i flussi della pubblica carità: a favore dei soci anziani e malati, per le ragazze povere in età da marito, a soccorso dei carcerati, dei ricoverati negli ospedali, dei viaggiatori e dei pellegrini, dei ceti sociali più deboli esposti ai colpi delle congiunture negative. Molte strutture di assistenza per i bisognosi, le scuole di catechismo e di alfabetizzazione popolare gratuita, svariate opere di interesse più o meno largamente pubblico, come nel caso della creazione di mulini, di forni, di monti di pietà per l'accesso al prestito agevolato, poggiavano sulla responsabilità di questi enti che giuridicamente dovremmo definire «privati», ma che totalmente privati non erano affatto, in quanto quasi mai erano scaturiti da una strategia dei poteri superiori capace di rendersi estranea agli interessi degli attori primari della vita sociale, fino a comprimere del tutto la loro libertà di iniziativa e i loro margini di autonomia, difesi dal basso della scala gerarchica dei ruoli e delle professioni. Vi erano confraternite che riunivano specialmente i giovani. Altre destinate soltanto alle donne o alle vedove, o che raccoglievano in un vincolo di mutua tutela fra individui ‘simili', l'un l'altro alleati, i forestieri immigrati provenienti da un medesimo luogo di origine, i professionisti e i lavoratori di un singolo ramo produttivo dell'economia locale, i vicini del medesimo rione o i seguaci di un'unica forma di devozione e dello stesso luogo di culto cristiano: che poteva coincidere con un santuario, un convento, con una casa di religiosi, con la sede di una immagine sacra assurta a una capacità di richiamo contagioso per la sua fama di fulcro di protezione dal cielo e di moltiplicazione generosa di grazie e di miracoli. Con tutta la loro esuberante varietà di titoli, di lineamenti organizzativi, di scopi perseguiti e di servizi resi disponibili, le confraternite si intrecciavano e si sovrapponevano anche in modo confuso e disordinato, sporgendosi fuori dagli schemi più geometrici delle delimitazioni di controllo giurisdizionale delle parrocchie. Entravano molto di frequente in concorrenza tra di loro e inevitabilmente alimentavano attriti con le altre istituzioni portanti della vita religiosa collettiva. Soprattutto, nel corso dei secoli, le confraternite divennero una vera e propria istituzione di massa. Abbracciavano una porzione davvero consistente della popolazione, in particolare adulta e maschile, che nei casi più favorevoli giungeva senza fatica a conquistare l'assoluta maggioranza, piegando dalla propria parte i favori di una stima che si caricava dei tratti di un conformismo solidale, attaccato ai pilastri di un ordine intorno a cui poteva gravitare l'identità di una intera comunità o di una piccola «patria» radicata nel territorio .
È però subito intuibile che a questi esiti si è arrivati sul filo di un processo di sviluppo disteso ampiamente nel tempo. Se il frutto maturo della parabola di espansione delle confraternite dell'età moderna può essere ricostruito in molte delle sue caratteristiche più significative ed è stato almeno per sommi capi illuminato dalle ricerche in campo storico, molto meno agevole è capire da quale scenario si era partiti e attraverso quali tappe si siano snodati i primi momenti di un percorso sul quale scarseggia fino a una data molto alta la disponibilità di documentazione adeguata. Solo dal Trecento in poi cominciano ad addensarsi le informazioni che lasciano intravedere le forme più rudimentali assunte dall'associazionismo religioso di matrice medievale. Ma la visibilità a cui approdano allora i sodalizi dei laici cristiani e del loro clero, venendo alla luce nello specchio delle carte statutarie, attraverso i decreti vescovili e gli atti notarili pervenuti fino a noi, non è altro che il vertice di una realtà certamente più diffusa e sommersa, che aveva posto le sue prime basi e delineato una propria struttura organizzativa, già elaborata nelle sue tradizioni e nei suoi modelli, nel corso di una lunga incubazione precedente, di cui non sappiamo quasi nulla. Entrare nelle pieghe nascoste di questo lento decollo nutrito dalle forze più robuste del mondo lombardo vorrebbe dire ricostruire le dinamiche di una evoluzione in cui gli apporti interni si sono fusi con la ripresa delle proposte elaborate in altri contesti, pronte per essere reimpiegate in nuovi ambienti e reincorporate nella messa a punto del patrimonio della consuetudine locale. E naturalmente nella partita dei conti tra il dare e l'avere il peso dei debiti contratti con ciò che proveniva da fuori era sempre controbilanciato da quanto Milano era in grado di rilanciare inserendolo in una circolazione decisamente aperta verso l'esterno.
Nella città avviata a imporsi come la capitale del grande Ducato dei Visconti, è nei decenni centrali del XIV secolo che affiorano le tracce già appariscenti delle reti di solidarietà costituite da gruppi di individui dislocati intorno alle chiese dei quartieri urbani, come si registra per la «scuola» di S. Giovanni Battista eretta in S. Giovanni sul Muro, con il suo statuto riformato nel 1337, sulla scorta di una redazione evidentemente anteriore . Da Pavia proveniva la regola dei Disciplinati «raccomandati», approvata dal vescovo del luogo l'1 gennaio del 1334 e adottata a Milano sia dai Disciplinati di S. Gottardo in Porta Ticinese, sia dai «disciplinanti ricomandati di Madonna Sancta Maria de la morte e di Sancto Giovane Baptista», che vi introdussero modeste varianti con la loro versione predisposta entro la fine del secolo e si insediarono nel cuore del centro cittadino, nel luogo dove erano state abbattute le case dei sostenitori del partito avverso all'egemonia dei Visconti. La loro chiesa prese a essere qualificata con il titolo di S. Giovanni alle Case Rotte, e la confraternita si specializzò nell'opera di carità dell'assistenza ai prigionieri e ai condannati a morte . I Raccomandati della Vergine Maria coltivavano una devozione mariana che si diffuse in tutto lo spazio italiano – anche in molte località lombarde fuori dalla città – mantenendosi a lungo legata, tramite la concessione di privilegi di indulgenza, al suo centro romano di coordinamento propulsivo; mentre è dallo stesso arcivescovo di Milano Roberto Visconti che venne elargita, il 13 aprile del 1360, la bolla di indulgenze destinata «universis et singulis rectoribus et ministris aliisque personis societatis devotorum civitatis Mediolanensis pro remissione peccatorum, se nuda carne verberantibus in memoriam et honorem Dominice passionis». La societas radunava quanti praticavano, negli atti di culto fissati dal calendario della regola, l'umile gesto devoto di «disciplinarsi» sulla schiena denudata, «in memoria e per onore della passione di Cristo Signore», fedeli alla tradizione penitenziale accesa dal fervore di pietà dei movimenti religiosi collettivi dell'ultimo Medioevo, rinfocolati con speciale vigore giusto a partire dalla metà del XIII secolo .
Le compagnie dei devoti «flagellanti», che solo da poco avevano cominciato a espandersi in ogni distretto dell'Italia del centro-nord e nelle aree urbanizzate del Meridione, si aprivano a un reclutamento di sostenitori dilatato sull'intera scala cittadina o anche più vasta. Ma la trama più minuta delle scholae di fedeli riuniti in associazione doveva restare quella dei piccoli «consorzi» raccolti tra vicini di un numero ristretto di famiglie, radicati nello spazio omogeneo di un nucleo parrocchiale o di un settore limitato all'interno di una più estesa comunità di abitanti. Erano i frequentatori più assidui e per così dire i ‘clienti' di un altare privilegiato, di una cappella o di una singola chiesa, che diventavano le isole intorno a cui si stringevano dei rapporti di mutua cooperazione tra uomini e donne. Legandosi insieme, essi diventavano «fratelli» e in vario modo si accompagnavano lungo il loro cammino. Non si era dovuto attendere il Trecento perché queste reti di protezione su basi di quartiere cominciassero a prendere forma nel perimetro della grande città, centro delle più vivaci attività produttive e di fiorenti commerci . Ma ancora più interessante è rilevare che numerosi germi di sviluppo nella medesima direzione si individuano spostando lo sguardo sul mondo delle campagne che si irraggiavano dal fulcro vitale in cui avevano la loro sede i massimi poteri civili e religiosi della Lombardia inglobata nella signoria di Milano. Soprattutto nei borghi più popolosi e socialmente più articolati, che erano spesso capoluoghi di pieve o comunque centri di animazione della vita di un intero circondario, in cui si ricreavano gerarchie e condizioni di esistenza in qualche modo vicine, a un livello inferiore di ricchezza e di complessità, a quelle tipiche del microcosmo urbano, vediamo costituirsi «consorzi» religiosi per l'assistenza reciproca tra fedeli cristiani, in tutto simili alle «scole» devozionali cittadine, che dai decenni centrali del Trecento continuano a protrarre la loro esistenza fino a tutto il Quattrocento e in diversi casi ancora più a lungo, conoscendo poi riadattamenti, revisioni, talvolta fusioni all'interno di organismi più compatti e più solidamente organizzati.
È quanto avvenne, per esempio, nel borgo di Busto «grande», con la nascita di un'unica Scuola dei poveri, riconosciuta ufficialmente da una bolla pontificia del 1566. La «scuola» bustese raccolse l'eredità di non meno di sette, forse otto piccoli enti corporativi più antichi, almeno in un paio di casi legati a distinte alleanze parentali, di cui abbiamo notizia già per i due secoli precedenti («scuola» di S. Antonio, indulgenze del 1363) . Ugualmente, già prima del Cinquecento (precisamente: entro il 1458) nella vicina Saronno si stabilì di assorbire in un unico corpo associativo, diplomaticamente intitolato a «tutti i santi», quanto restava di ben ventotto microassociazioni o scholae preesistenti, fra cui se ne distingueva una rivolta al mestiere dei calzolai, mentre altri due sodalizi erano incentrati sulla cura di devozioni tipicamente femminili (santa Caterina, sant'Orsola), venendo non a caso rappresentati sulla scena pubblica da donne loro affiliate .
Alle spalle di queste vicende di allargamento e di migliore assestamento dei vecchi quadri organizzativi ereditati da un passato più o meno lontano si deve immaginare la realtà di una ragnatela di collegamenti confraternali che doveva aver ormai raggiunto gran parte dei centri rurali più ricchi di uomini, di istituzioni e di risorse destinate alla cura del bene collettivo, emergenti al di sopra della galassia del mondo contadino distribuito intorno ai centri urbani e alle cittadine di provincia che si avvicinavano al loro livello di vita superiore. Al 1333 risalgono gli statuti del consortium incardinato nella chiesa di S. Maria di Lonate Pozzolo, nei pressi di Gallarate, che sempre a Lonate si affiancò a un secondo consorzio appoggiato alla chiesa di S. Ambrogio. All'indomani del Natale del 1373 quindici abitanti del popoloso borgo di Rosate, nella fertile bassa pianura a sud di Milano, stipulavano davanti al notaio gli accordi per la costituzione di una sotietas, impegnandosi con giuramento a osservarne uno statuto che in effetti ricalca da vicino gli analoghi patti di regola dei consorzi altrove attivi alla medesima altezza cronologica. Del 1376 sono gli statuti della scola di S. Antonio di Gallarate. Come molte altre con cui condivideva i caratteri fondamentali di impostazione, la vediamo ancora dotata di discreta salute nel secolo successivo .
Per quanto si può capire da una documentazione molto frammentaria e prevalentemente solo normativa, che ci restituisce il modello incarnato da queste associazioni ben più che le forme con le quali esse lo traducevano nella pratica, sembra di poter dire che nei «consorzi» e nelle scole del Tre-Quattrocento il fulcro intorno a cui si annodava la fraternità dei consociati era il nucleo costitutivo e irrinunciabile di ogni confraternita del mondo cristiano: cioè il bisogno di alimentare un circuito di solidarietà che aveva come perno l'aiuto in vista della conquista della vicinanza con Dio e della salvezza eterna dell'individuo, proiettata verso il suo destino ultimo, in una prospettiva permeata dalla coscienza della fede cristiana, a partire in primo luogo dall'addomesticamento e dal riscatto in senso religioso della morte. Suoi elementi assolutamente primari erano l'accumulo e lo scambio vicendevole delle preghiere, l'accesso a un tesoro di indulgenze destinate a facilitare l'approdo alla felicità del cielo, la cura fraterna della sepoltura dei soci defunti, l'assistenza reciproca nello spazio ristretto di una alleanza in cui ognuno si prestava a elargire attenzioni e sostegni agli altri in cambio di una identica premura di ritorno garantita, nello stesso tempo, per sé. La vita cerimoniale e gli appuntamenti comuni, al di là della festa annuale nel giorno del santo patrono, con eventuale banchetto comunitario e rinnovo delle cariche interne, dovevano essere in genere molto rarefatti. Un apprendistato di tipo pratico, più ancora che un tirocinio educativo individualizzato e intensivo, era quanto le confraternite potevano offrire di norma sul versante della proposta di un codice etico che, per sua natura, avrebbe dovuto condurre a plasmare la coscienza della persona per modellarne il comportamento, anche fuori dal momento del culto e dalla frequentazione dei luoghi sacri, nella realtà quotidiana della vita domestica, degli impegni di lavoro, nel cuore delle relazioni sociali che si annodavano negli ambienti in cui i soci erano chiamati a muoversi. I gesti e le pratiche ripetute tendevano per forza di cose a influenzare il modo di porsi che ognuno assumeva davanti agli altri sulla scena del teatro collettivo. Ma lo sforzo formativo restava povero di strumenti e mancava di sistematicità metodica. Non ci sono le tracce di un insegnamento religioso robustamente attrezzato diffuso dai corpi di congregati. L'incitamento alla pratica dei sacramenti e alla moltiplicazione degli atti di pietà stenta ad emergere in primo piano. Mancavano i testi scritti di supporto. Le stesse espressioni in cui si traduceva lo spirito di devozione si limitavano ad alcuni aspetti essenziali, che sembrano delinearsi in termini tutt'altro che travolgenti: è difficile pensare a queste confraternite più antiche come a dei focolai di un vero fervore contagioso e socialmente incisivo, tale da renderle una sorta di prefigurazione dei centri di sviluppo di una vigorosa militanza cristiana dei laici all'interno della realtà sociale, che sarebbe fiorita solo molto più avanti nel tempo dal variegato mondo dell'associazionismo religioso dei tempi moderni.
La stagione più fortunata per questo modello che potremmo definire primitivo di aggregazione confraternale a scopo autoassicurativo e di reciproca protezione sembra essersi chiusa con la crisi di passaggio, tra Quattro e Cinquecento, a uno scenario modificato dei rapporti tra la religione con le sue istituzioni organizzate e l'intero mondo del contesto sociale. Lo sfondo da tenere presente è quello di una graduale metamorfosi in cui la pressione delle congiunture sfavorevoli legate alla guerra, alle epidemie e ai momenti di difficoltà economica si è intrecciata al continuo riadattamento degli equilibri politici, con il declino della signoria sforzesca e l'alterna subordinazione, allora introdotta, al dominio delle potenze straniere (prima la Francia, poi la Spagna, dopo varie oscillazioni intermedie), in un contesto in cui società, cultura e politica del territorio milanese (e non solo) furono investite dall'avvio di una grande ondata di rinnovamento delle stesse forme del sentire religioso, e insieme delle modalità secondo le quali la fede cristiana era declinata e si incarnava nell'ordinamento delle strutture che ne rappresentavano il volto pubblico, innestato nella realtà complessiva della civitas che le avvolgeva da ogni lato. Anche il panorama delle confraternite risentì profondamente dei cambiamenti che allora cominciarono a disegnarsi. I consorzi mutualistici non scomparvero nel nulla. Rimasero in piedi come la forma più semplice ed elementare di patto associativo tra individui uniti in una sorta di famiglia ‘artificiale', che ricomprendeva e metteva in rapporto tra di loro le parentele cementate dal vincolo del sangue; spesso erano confraternite solo di indulgenze e di suffragi, delle mutualità funerarie che puntavano a non abbandonare nessun malato al suo destino e nessun morente al dolore di una morte solitaria. A tutti i fruitori del patrimonio di beni spirituali dell'associazione era garantito se non altro il conforto di una sepoltura onorevole, grazie al soccorso della cassa comune alimentata dai contributi di ciascuno dei soci. Venuto da una storia lontana, questo genere di associazionismo religioso conobbe tra Sei e Settecento persino una nuova fase di incremento, generando dal grembo delle sue tradizioni un mosaico di punti di convergenza che si infittì in modo sempre più rigoglioso, ramificandosi dall'alto verso il basso e saldandosi sempre più strettamente all'ossatura polimorfa e gerarchizzata dei ceti («gentiluomini» e «nobili cavalieri» compresi), dei gruppi professionali anche di rango subalterno («lavoranti» salariati e garzoni dei diversi mestieri, domestici, paggi, staffieri, cuochi, solo per fare qualche esempio), così come altri gruppi si collegavano alla rete dei corpi sociali di ogni genere che si costituivano, in particolare, nell'ampio ventaglio della popolazione urbana (non mancava, a Milano, neppure una confraternita che ospitava nelle sue file i mendicanti inabili al lavoro in quanto vittime di menomazioni fisiche e di invalidità gravi, come i ciechi, gli zoppi e gli «storpiati», mentre sul lato delle professioni nobili si erano creati spazi per gli «avvocati e procuratori», i «mercanti», oppure i «musici»). Il processo di sviluppo che si coglie sulla lunga durata spiega molto bene le premesse che stanno alla base della pregevole sintesi descrittiva della realtà d'insieme della città tracciata in esordio dello statuto settecentesco del «Consorzio dei palafrenieri», eretto nella casa professa dei gesuiti di Milano, a S. Fedele (1748 e nuova edizione nel 1754):
 
Non v'ha in questa nostra metropoli gerarchia, ed ordine di persone, che non viva sott'ad un qualche spirituale regolamento, con cui, mediante l'esemplarità vicendevole de' costumi, per condurre in quiete i suoi giorni [...] venire in appresso al conseguimento di quel fine felice, per cui unicamente siamo stati creati .
 
Sarebbe utile, a questo punto, mettere a confronto quanto abbiamo potuto prospettare su una prima serie di dati relativi all'evoluzione del mondo confraternale nel cuore della Lombardia dominata da Milano – cioè la porzione occidentale dell'attuale regione amministrativa dello Stato italiano, unita alle sue propaggini che si allungavano verso sud e oltre il Lago Maggiore e il Ticino, nelle terre oggi piemontesi – con quello che si conosce a proposito degli analoghi fenomeni registrabili nelle aree politiche confinanti: il nord egemonizzato dai cantoni svizzeri e dai Grigioni, il ducato sabaudo, l'area ligure, i ducati padani, soprattutto la Lombardia veneta, di Bergamo e di Brescia, con cui Milano doveva interagire come avveniva su tutti gli altri fronti. Solo la comparazione di uno sguardo d'insieme può consentire di distinguere veramente ciò che è stato specifico della storia del territorio milanese, la sua distanza dalle altre varianti locali dello sviluppo delle tradizioni confraternali (che indubbiamente ci sono state) e ciò che invece va visto come il frutto di tendenze e fenomeni più generali, con il loro sottofondo di prestiti incrociati, di influssi vicendevoli, di processi di imitazione dispiegati in direzioni molteplici: in primo luogo, dalle città verso i loro contadi, quindi tra diversi ambienti territoriali in collegamento tra di loro . In realtà, gli studi sulle confraternite della Lombardia gotica e rinascimentale, al pari di quelli riguardanti la prima età moderna, non sono così estesi e minuziosi come sarebbe auspicabile attendersi. E anche le facce diversificate del loro paesaggio associativo possono per ora essere soltanto poco più che abbozzate in alcuni dei loro lineamenti più marcati .
È in ogni caso evidente un fatto macroscopico, che si impone come nodo cruciale di tutta la trasformazione in senso moderno delle reti associative delle confraternite, a metà strada tra le strutture religiose della Chiesa e il mondo della società ‘profana', articolata nelle sue comunità di abitanti, nei suoi poteri e nelle sue organizzazioni civili. Al di sopra del tessuto ramificato delle confraternite-consorzio, inoltrandosi in avanti nel tempo si assiste alla diffusione e al progressivo radicamento di una maglia confraternale fondata su quadri tendenzialmente più aperti, che facevano delle nuove devozioni in via di sviluppo nel popolo cristiano o di una regola di vita proposta come scuola da seguire nel flusso della propria esistenza individuale il centro di una identità in cui raccogliersi come membri di una grande famiglia ospitale e generosa, dove un rilievo decisivo era comunque sempre mantenuto dal dialogo tra il mondo dei vivi e quello dei defunti. Il filo della memoria e la carità reciproca erano ciò che legava il tessuto della fraternità. I vincoli mutualistici delle compagnie religiose si dilatavano, così, nel tempo e nello spazio, oltre le barriere più tradizionali che le tenevano protette entro un orizzonte di solito molto ristretto. Una forza crescente di attrazione l'assunsero le confraternite che si costruivano come ambiti di richiamo per la pietà rivolta all'edificazione del popolo dei fedeli, in sinergia, ma spesso andando anche al di là dei culti e dei sacramenti gestiti nelle cellule delle parrocchie. La mutualità si immerse ancora di più nello spirito della devozione, e le confraternite divennero i veicoli più potenti della disseminazione sociale delle pratiche dei culti cristiani. Possiamo dire, schematizzando per semplificare, che l'età moderna è stata l'età del trionfo delle confraternite devozionali. E il segnale più eloquente di questo spalancamento verso le prospettive di una proposta religiosa resa più esigente e personalizzata va visto con ogni probabilità nel cammino di graduale avanzata delle confraternite di «disciplinati», cui si assiste a partire dal loro primo germe due-trecentesco.
I cenacoli di «flagellanti» o di «battuti» si distinguevano per il loro fitto calendario di riunioni per la recita in comune dell'ufficio nei giorni di festa. Andavano fieri del loro mettersi in mostra nelle processioni e delle loro laudi cantate in lingua volgare. Si ritagliavano una sede riservata in un oratorio di cui avevano l'autonoma gestione. Per la selezione e l'addestramento rituale dei nuovi soci facevano ricorso alla pratica del noviziato, sull'esempio delle comunità religiose a cui in un certo senso si ispiravano. Il sacco di penitente divenne la divisa di cui ci si rivestiva per partecipare ai cerimoniali più solenni, soprattutto se aperti al pubblico esterno, con il cappuccio che si calava sul volto per annullare la riconoscibilità delle fisionomie individuali. L'abito lo si riceveva in dote al momento di essere incorporati e da esso coperti si veniva sepolti alla fine dell'esistenza. Era il simbolo di uno spirito corporativo che stringeva in unità le persone, scavalcando le loro differenze e facendo, dei molti, «una cosa sola». Lo stesso significato simbolico fu adottato come centro di riferimento dalle confraternite che, sempre più numerose sul finire del Medioevo, si modellarono sull'impianto della pietà mariana, esaltata ora soprattutto nella sua dimensione di mantello protettivo spalancato per accogliere la vita dei fedeli che si affidavano alla misericordia e alla intercessione potente della Madre di Cristo, l'«avvocata» per eccellenza dell'intero corpo della cristianità. Il mantello materno di Maria, che cinge nel suo abbraccio rassicurante i confratelli, uomini e donne, assiepati ai due lati del corpo della Vergine svettante verso il cielo come una solida cattedrale, divenne il tipico emblema delle confraternite intitolate alla Madonna «della Misericordia», replicato in mille varianti nell'iconografia religiosa anteriore alla Controriforma del Cinque-Seicento. Ma prima di cadere in disuso, il topos iconografico del mantello che affratella i soci in una alleanza di preghiera, riunendoli insieme, fu ampiamente applicato anche per rappresentare visivamente l'identità corporativa delle compagnie di Disciplinati, come pure nel percorso di questa mostra si cerca di rendere esplicito. Rafforzato dal suo intreccio con il tema mariano dei Raccomandati della Vergine Maria e con l'aspirazione ai benefici della Madre misericordiosa del Salvatore, il filone dei Disciplinati si impose lungo tutta l'età moderna come il modello paradigmatico della confraternita organizzata nella forma di un corpo organico di fedeli, in vista di un'impresa comune. A tale modello guardavano anche le altre associazioni confraternali scaturite da diverse tradizioni e con caratteri in origine distinti. Quando potevano, se ne lasciavano correggere, nobilitando la propria natura e portandola a un livello superiore di complessità e di prestigio. È così che lo schema del sodalizio fraterno dei Disciplinati si è progressivamente diffuso per imitazione sovrapponendosi alle confraternite devozionali legate ai culti dei santi o a particolari aspetti della pietà mariana, come poi era sancito dall'acquisto di un abito da cerimonia analogo ai sacchi dei penitenti o dal trasferimento in una chiesa privata, con la secessione da quella parrocchiale. Si è assistito a una ‘volgarizzazione' del modello che, dall'alto e dal centro del teatro della religione collettiva, ha potuto essere replicato disseminandosi nelle periferie rurali e scendendo fino ai livelli inferiori della gerarchia della società .
Ciò detto, sarà facile riconoscere che l'evoluzione della pietà religiosa nutrita dalle confraternite, dalla fine del Medioevo in poi, non è stata interessata soltanto dall'infiltrazione del modello penitenziale dei Disciplinati e dalla progressione dei simboli espressivi della potente mediazione mariana, ricondotta all'icona trionfante della misericordia materna di Maria. Ogni epoca ha introdotto qualcosa di suo nella continuità di una vicenda ininterrotta. Decisiva fu certamente l'affermazione del primato protettivo della Vergine, che negli ultimi secoli precedenti non aveva occupato una posizione veramente centrale nel quadro della sensibilità radicata nelle masse dei comuni fedeli. Non era stata lei soltanto a calamitare la loro ricerca di patronati a cui appoggiarsi con la massima fiducia . Ma l'ascesa di Maria alla sommità dei poteri di intercessione del cielo cristiano non fu monopolizzata in modo esclusivo da un unico aspetto del suo culto poliedrico. La Madre celeste che trascinò con sé la proliferazione dei santuari mariani e la fioritura di un gran numero di nuove confraternite devote si presentava anche sotto le vesti della Madonna immacolata, cara soprattutto all'ordine francescano. Poteva assumere come carattere dominante quello della Vergine addolorata, che fece presa in particolare sui serviti. Oppure si combinava con il segno dello scapolare da indossare sul proprio corpo, raccomandato come uso dai carmelitani. Si intrecciò con la venerazione rivolta ad altri lati ancora del suo mistero (per esempio, la Madonna della cintura per gli agostiniani), a speciali reliquie tenute in alto onore nell'ambito locale, al titolo distintivo di una chiesa, a una immagine sacra o ad un simulacro che bisognava tutelare e promuovere in modo adeguato, assumendone gli oneri di patrocinio e di gestione fabbriceriale (a Milano si segnalano i casi di S. Maria presso S. Satiro e di S. Maria delle Grazie). Ma il risvolto forse più clamoroso, maggiormente gravido di effetti destinati a ripercuotersi su un lungo sviluppo futuro, fu quello che si legò alla definitiva sistemazione della preghiera litanica scandita dai tre cicli di misteri del S. Rosario. L'assestamento si verificò nell'Europa fiamminga e germanica, nei decenni intorno alla metà del Quattrocento, per impulso soprattutto dell'ordine domenicano. La propaganda della nuova forma di pietà mariana fu affidata alla creazione di una grande fraternità universale di preghiera, i cui affiliati si impegnavano a rimeditare ogni settimana i misteri del Rosario, con la recita di tutte le orazioni connesse, recita che da sola garantiva la conquista di ricche indulgenze, per sé e per i propri cari defunti. All'inizio, i centri nei quali si poteva far scrivere il proprio nome nei registri della confraternita del S. Rosario furono pochi e gli aderenti si raccoglievano provenendo da una vasta zona circostante. Ma con l'andare del tempo le filiali della fraternità si moltiplicarono e la fraternità andò gradualmente frazionandosi, divenendo sempre più circoscritta in un ambito solo locale, sempre più facilmente abbordabile da chi viveva nelle diverse contrade della cristianità. Anche in Italia le confraternite del Rosario misero le loro basi, muovendo dai centri urbani di prim'ordine aperti ai contatti internazionali, come Venezia, Firenze, Roma. A partire dagli inizi del Cinquecento erano già in grado di cominciare a fare la loro comparsa nei borghi meglio dotati delle pievi rurali delle diocesi lombarde, dove solo più tardi arrivarono a consolidare le posizioni guadagnate trasformandosi in una delle compagnie religiose più diffuse e più largamente apprezzate sul piano popolare. Dovunque ebbero i loro altari riservati, alimentarono una propria letteratura di istruzione e una loro caratteristica iconografia didascalica, che includeva la rappresentazione visiva dei misteri disposta, in genere, intorno all'immagine della Vergine ritratta nell'atto di donare le corone a san Domenico e ad altri santi connessi alla fortuna della devozione mariana .
Il discorso che stiamo svolgendo richiede però immediatamente di allargarsi a cerchi concentrici. Già il semplice riflettere sull'ossatura materiale della preghiera del S. Rosario mostra che la figura, pur eminente, di Maria non era la sola a dominare la scena su questo versante. Maria si innestava nell'orizzonte molto più largo e articolato della santità e della memoria della storia cristiana, ripercorsa dal suo inizio più remoto. La sua luce prendeva pieno risalto nel momento in cui Maria si mostrava come origine e custode di una salvezza che aveva i suoi cardini di riferimento nella proiezione escatologica verso il destino ultimo del mondo e nella venerazione del Dio fatto uomo per portare a compimento il sacrificio redentore della croce. La memoria di Maria rimandava incessantemente a quella di Cristo; e viceversa. L'una e l'altra erano coltivate come centri dell'affetto devoto dei fedeli legandole alla riattualizzazione mentale dei fatti storici, puntuali e definiti, collocabili nel tempo e nello spazio come scene di un teatro sacro da rivivere, che bisognava ogni volta riallestire davanti agli occhi di una fede riconoscente ed emotivamente coinvolgente. La pietà mariana non era un universo chiuso. Era una leva che rimandava agli altri aspetti contigui dell'insieme del mistero sacro cristiano. Questi nessi di fondo, evidenziati anche dall'arte figurativa dispiegata per decorare le chiese, i santuari (o i Sacri Monti) dedicati alla Regina del Paradiso, giustificano perfettamente come mai l'età del lancio del nuovo metodo della preghiera del Rosario coincida con la grande fortuna di un'altra fiorente famiglia parallela di confraternite che si incentrarono, invece, sulla pietà rivolta al culto del corpo di Cristo.
Occorre sottolineare bene la dimensione storica e ‘drammatica', nel senso pieno del termine, della pietà che si indirizzava su queste linee. Il corpo di Cristo da venerare per la salvezza propria e del popolo cristiano era il corpo dell'Uomo-Dio che si era svuotato della sua pienezza divina e si era lasciato condurre sul Golgota, cedendo a una misericordia senza limiti per l'uomo peccatore. Il crocifisso deposto dal legno del patibolo e offerto all'abbraccio pietoso di Maria, delle pie donne e degli ultimi amici rimasti intorno a loro era lo stesso che chiedeva la restituzione di un affetto riparatore da parte del fedele investito dal beneficio di una redenzione garantita anche a chi restava imbrigliato dai lacci della colpa. Le sofferenze della passione e la gioia della resurrezione erano il fatto da rivivere calandosi anche fisicamente nella realtà dei segni che ne erano il sigillo più commovente. La «Pietà», nel senso più tecnico del termine, era la scena-madre di questa forma di devozione cristocentrica, che bisognava cercare di non far mancare mai nei corredi di immagini realizzati per decorare i luoghi di preghiera aperti nelle chiese per ospitare i riti religiosi dei confratelli riuniti insieme (come si fece a Milano in S. Giorgio al Palazzo, chiamando a collaborare Bernardino Luini, o in altre città dell'area lombarda con il ricorso a Moretto o a Romanino). Sugli stessi motivi insistevano i libri degli statuti e i manuali devoti realizzati per dare sostegno agli estimatori della presenza visibile di Cristo in mezzo agli uomini e nel tempo della storia, sotto il velo dell'ostia consacrata dal sacerdote sull'altare. La liturgia cristiana era in se stessa il «memoriale» che ricreava il sacrificio della croce, rinnovandone gli effetti di potenza generatrice della realtà della Chiesa, «corpo mistico» di Cristo, e il sacramento eucaristico era ciò che prolungava materialmente una continuità di sostanza celata nel mistero che occorreva oltrepassare arrivando al suo significato ultimo. Culto della passione e onore tributato all'eucaristia si saldavano strettamente intorno al contenuto centrale della fede cristiana. Questo spiega perché fin dall'inizio della loro moltiplicazione nel popolo dei fedeli le confraternite del Corpo di Cristo si concepirono come il supporto del culto tributato dalla generalità dei cristiani al sacramento che era la fonte da cui discendeva la loro esistenza. I confratelli attaccati alla pietà del Corpus Domini dovevano curare la luminaria e rifornire le lampade a olio tenute accese davanti al deposito delle specie eucaristiche custodite nelle chiese parrocchiali. Provvedevano al decoro dignitoso dei riti collettivi celebrati in onore dell'eucaristia. La scortavano con deferente premura quando la si portava come viatico ai moribondi. In molti casi, soprattutto dopo che le confraternite eucaristiche si generalizzarono divenendo una presenza diffusa e familiare, ad esse fu affidata la gestione delle finanze fabbriceriali in rapporto alla rete delle strutture parrocchiali; nel culto del «Santissimo Sacramento» per antonomasia queste ultime trovavano, infatti, il loro perno irrinunciabile, centrale e costitutivo al di sopra di tutto il resto. Diluendosi in una tradizione che divenne sempre più condivisa e alla fine obbligante, il retroterra devozionale che stava alle spalle della pietà del Corpo di Cristo finì però anche per perdere di vigore e banalizzarsi, lasciandosi sempre più incanalare nel servizio al culto pubblico dei fedeli. Le antiche «scuole» quattrocentesche e del primo Cinquecento consacrate al «memoriale» della passione di Cristo si trasformarono nelle moderne confraternite «del Santissimo Sacramento». E la pietà eucaristica cominciò ad assumere i suoi connotati prevalenti di ostentazione della fede cattolica nella presenza reale di Cristo, con tutti i suoi successivi sviluppi scenografici, tra sontuose processioni teatralizzate del Corpus Domini e sante Quarantore dell'età barocca .
Solo guardando le cose da lontano, risalendo alle premesse più remote della seconda grande fioritura che il mondo associativo delle confraternite attraversò nel suo insieme a partire dalla svolta delle riforme ecclesiastiche del concilio di Trento, diventa possibile evitare di confondere la nuova espansione di cui furono protagoniste con una specie di frattura radicale. I riformatori del Cinquecento tridentino e dell'età successiva costruirono, bensì, il loro edificio implicandosi in uno scenario già affollato di presenze e che da tempo conosceva una serie di significativi sviluppi dinamici. Le innovazioni che allora si introdussero vanno reinserite in una parabola evolutiva molto più ampia, fondata su radici già da tempo stabilite. Furono un momento di intensificazione e di reindirizzo di tendenze in gran parte già in atto, con il quale si reimpiegarono formule e materiali già esistenti, configurandoli sulla base di nuove funzioni rese compatibili con un impianto di controlli e di pressioni delle autorità che vigilavano dall'alto sull'ordine religioso collettivo. Un rilievo fondamentale va in questa cornice riservato, come è ovvio, al laboratorio di riorganizzazione dell'assetto religioso tradizionale in cui prese a trasformarsi la Milano di Carlo Borromeo (e dei suoi successori), dopo la chiusura del concilio e con l'avvio della sua applicazione in primo luogo nelle diocesi italiane. Anche su questo versante la Milano ‘borromaica' divenne un modello che fece scuola: da ogni estremo del mondo cattolico si cercò di imitarlo e più o meno fedelmente riprodurlo, fin dove risultava possibile. 
Le linee essenziali del rilancio borromaico, con il quale si mirava a fare delle confraternite gli strumenti di supporto dell'azione pastorale della Chiesa in mezzo al mondo dei laici, sono già state tratteggiate in diversi contributi, che non vale la pena riprendere ora di nuovo se non per alcuni accenni sommari. L'elemento-chiave è senz'altro da individuare nel sostegno a favore di una diffusione ulteriore delle confraternite del Corpo di Cristo, accostate nella loro dimensione più strettamente eucaristica. Rifacendosi a una strategia inaugurata dal vescovo di Verona Gian Matteo Giberti e da altri riformatori cattolici che avevano anticipato le scelte di rinnovamento della svolta di fine secolo, Carlo Borromeo le rese dotazione obbligatoria per ogni comunità parrocchiale e fin dall'inizio del suo governo episcopale ne favorì in ogni modo il consolidamento, incitando il clero a farsele alleate, mettendole al centro dell'impianto religioso controllato dal centro della diocesi, dotandole, quindi, di regole unificate dove mettevano per la prima volta radici o riformando, piuttosto, gli statuti preesistenti, quando si trattava di potenziare strutture già da prima in funzione.
La documentazione dell'epoca conferma con abbondanza anche di dati quantitativi il successo più che apprezzabile del disegno perseguito dalla cerchia vescovile borromaica con l'aiuto dei suoi mediatori che agivano nei distretti rurali in quanto curati, pievani e soprattutto come vicari foranei delegati dall'autorità del supremo pastore della Chiesa locale. Le confraternite crebbero di numero e inglobarono una quota ancora più consistente della popolazione, ramificandosi come mai prima era successo nello scacchiere del mondo extraurbano. Vi è da notare che la volontà di incapsulamento da parte dell'autorità ecclesiastica superiore produsse di per sé un aumento della capacità di registrazione e di controllo burocratico degli enti e delle comunità sottoposte, che gettava per la prima volta una luce diretta sull'intero spettro delle articolazioni in cui si modulava il mondo intricato e complesso delle associazioni confraternali (che noi guardiamo oggi come il regno della partecipazione dei laici alla vita religiosa della Chiesa, ma da cui anche il clero era lontano dall'essere escluso). In secondo luogo, a fianco della generalizzazione elevata a sistema per la confraternita di base del culto cattolico, la riforma borromaica delle confraternite laicali previde, almeno all'inizio, un analogo incitamento a favore della diffusione delle compagnie della Carità.
Il loro scopo era la disseminazione della misericordia cristiana, in cui la vera devozione nutrita dal rapporto con la sorgente della carità prima ancora dimostrata da Dio per l'uomo trovava il suo riflesso etico inevitabile. La pratica della carità doveva trascinare con sé anche il contenimento dei conflitti e la tutela della pace sociale. Ma nel caso delle compagnie della Carità l'ondata di espansione stentò a tracimare fuori dall'ambito urbano e dai borghi più cospicui delle pievi, rimanendo nei confini di un fenomeno più élitario rispetto alla fortuna dilagante delle confraternite eucaristiche, solo queste dilatate fino a farne un vero e proprio istituto di dominio comune.
Sempre appoggiandosi al reticolo delle parrocchie, Carlo Borromeo valorizzò anche l'impegno sul fronte dell'educazione dei ceti popolari e della catechizzazione pianificata dell'infanzia, che a Milano il gruppo di ecclesiastici e di laici riunito nella Compagnia della Dottrina Cristiana aveva cominciato a consolidare prima ancora del ritorno del Borromeo in città come vescovo, creando una rete di compagnie-sorelle confederate sotto una direzione unitaria. Anche le Scuole di Dottrina Cristiana furono diffuse in ogni parrocchia e rese pilastro vincolante dell'azione pastorale rivolta al popolo dei fedeli, finendo però sotto l'ingerenza preponderante del clero in cura d'anime e indebolendo il carattere associativo delle loro origini, man mano si trapiantarono nella generalità delle comunità dirette dalla gerarchia sacerdotale del clero diocesano.
Fuori dalle linee del piano vescovile di uniformazione dei quadri confraternali su schemi obbliganti e comuni, per gli ordini del clero regolare così come per l'iniziativa spontanea e pluralista delle realtà aggregative che si formavano nel seno della società dei laici restarono comunque aperti i margini per proseguire altre esperienze messe in cantiere prima o a prescindere dalla riforma borromaica, dunque per organizzarsi in modo più aderente alle spinte che maturavano dal basso e dalla periferia del corpo sociale. Continuarono a proliferare i Disciplinati e si incrementò, come abbiamo detto, la forza di suggestione del loro modello. Sopravvissero le confraternite devozionali d'altare, legate alla varietà impressionante degli accenti di cui poteva caricarsi la pietà rivolta a Maria e al culto dei santi, alle persone della Trinità, agli angeli, ai patroni della buona morte, al sollievo dei defunti in attesa del passaggio alla felicità del Paradiso. Furono rivisti e aggiornati gli statuti di gran parte delle confraternite tradizionali. Molte di nuove ne presero il posto, riflettendo l'emergere di sensibilità mutate e di urgenze che assumevano valenze corrette. Si tentò di inglobare le une e le altre nel monopolio di un più saldo governo ecclesiastico inquadrato nelle diocesi e nelle strutture delle parrocchie, senza mai riuscirvi, però, fino in fondo. In generale, si spinse molto nella direzione del progetto di fare delle confraternite uno degli agenti più efficaci dell'acculturazione religiosa dei fedeli: intrecciandole all'insegnamento della dottrina cristiana, servendosi della diffusione capillare dei testi e delle immagini edificanti, del canto religioso e della regia del rituale come mezzi per trasmettere un messaggio impostato sulla logica del fare e dell'apprendere gradualmente, attraverso l'esperienza. Si rafforzarono i vincoli e crebbe l'aspettativa di veder tradotto nella coerenza dei comportamenti il codice ideale di cui i sodalizi fondati su scopi di religione si facevano araldi .
Pur dovendo fare i conti con la subordinazione al potere direttivo superiore della gerarchia sacerdotale, le confraternite rimasero l'espressione del bisogno di aggregarsi unendosi ad altri individui, che poi era il pilastro di sostegno di tutta l'organizzazione della società protomoderna, sul suo lato religioso come su quello civile, senza nessuna frattura interna. La loro continuità sotterranea percorre tutto l'Antico Regime e approda fino alla nuova grande svolta radicale di Sette-Ottocento. Si manifestò allora il primo annuncio di una rottura dell'unità religiosa della tradizione collettiva, che rimetteva in conflitto lo Stato e la Chiesa e faceva emergere la concorrenza di nuovi modi di pensare, oltre che di nuovi schemi associativi svuotati dei loro contenuti religiosi più pregnanti, che entravano in competizione con i modelli della socialità confraternale di matrice più antica. Procedendo verso la fine del Settecento, le gloriose confraternite, cariche di storia e di arte, subirono i colpi di una crescente offensiva delle autorità politiche, desiderose di estendere i loro poteri e la loro sfera di influenza, appoggiandosi a quella parte dell'opinione pubblica, forte soprattutto fra le élites sociali, influenzata dal cattolicesimo «regolato» di Muratori e dai rigoristi seguaci del giansenismo, o anche solo ostili allo spirito della Controriforma barocca. La polemica della cultura dei Lumi fece il resto. I provvedimenti restrittivi e le soppressioni dei sovrani della Lombardia austriaca, le politiche antiecclesiastiche dei governi giacobini e di Napoleone segnarono la fine della stagione più florida delle confraternite. Ma in diversi ambienti conobbero un estremo rilancio con il passaggio alla Restaurazione, arrivando in qualche caso eccezionale fino a sfiorare la storia dei nostri giorni. Se la loro grande vivacità popolare si è di regola dissolta, lasciandosi spazzare via, anche nel momento della crisi restò intatto un filo di collegamento con l'antica vocazione corporativa da cui le confraternite avevano tratto origine. Restavano un ambito in cui le soggettività degli individui si potevano incontrare ed entrare in relazione, generando un vincolo sociale che, in tutte le sue gradazioni diversificate di intensità, rendeva possibile la partecipazione a un «noi» con cui l'«io» poteva identificarsi, uscendo dal suo isolamento e dalla sua chiusura. La metafora neotestamentaria dell'unità fatta di individui «congregati» insieme da una chiamata, e che perciò diventano un segno rivelatore della presenza di Cristo nel mondo, o quella parallela del «corpo» costituito da molte «membra», rese funzione della salute generale dell'organismo che le ricomprende, erano un punto di forza continuamente riciclato nella lettera degli statuti confraternali . Ma la retorica della risalita alle fonti illustri qui non era un puro artificio autoapologetico: era l'esaltazione di un ideale in cui rispecchiarsi per tendere a un bene che legava il destino di sé a quello di altri compagni in una avventura comune .

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Il database che raccoglie il patrimonio dei dati acquisiti si può esplorare sia attraverso le tradizionali ricerche testuali, sia a partire dalla mappatura cartografica a cui si trova agganciato. I diversi strati della mappatura fotografano lo sviluppo del territorio urbano nel corso del tempo.