Corporazioni d'arte e mestieri nella Milano di Antico Regime

Vesna Cunja

 

L'associazionismo di mestiere, che noi oggi più semplicemente definiamo con il termine di «corporazione», in età medioevale e di antico regime si declinava in molteplici denominazioni a secondo delle prerogative e finalità dell'arte stessa. Vi erano così i paratici di nascita medioevale, che avevano l'onore e insieme l'onere (per le forti spese) di seguire con i propri stendardi il Vicario e i Dodici di Provvisione nelle processioni per le feste maggiori e le oblazioni. Molti mestieri preferivano riunirsi allora nelle vesti di scholae, più libere dai vincoli imposti dal potere politico. Dalla metà del Cinquecento inizia a comparire anche il termine badia, per delineare associazioni con abati o altri ufficiali (le corporazioni vere e proprie).

Vi erano poi le universitates e i corpi: a differenza delle università, che erano regolate da rigidi statuti e con relativi esami per i futuri maestri, i corpi non prevedevano né statuti né esami, ma dovevano solo concorrere al pagamento delle spese locali e della tassa mercimoniale (da qui la denominazione di «corpi mercimoniali»). Sia le università, sia i corpi avevano matricole aperte. Non vi erano limitazioni di numero: chiunque lo desiderasse (almeno ipoteticamente) – una volta superato il garzonato e l'esame d'idoneità (quando erano richiesti) – poteva iscriversi alla corporazione.

Tra fine XVI e inizio XVII secolo assistiamo ad una sorta di definizione delle corporazioni milanesi, il cui numero – considerando sia le università che i «corpi mercimoniali» – si assesta attorno alle ottanta unità complessive, numero che raggiungerà circa le cento unità al momento della soppressione, tenendo conto di alcune variazioni dovute ad accorpamenti piuttosto che a scissioni o nuove fondazioni. A fine Cinquecento a Milano sono già presenti una sessantina di arti quasi tutte costituite e poi riconosciute sotto il governo dei Visconti prima e degli Sforza poi, anche se sappiamo che alcuni paratici quali quello degli orefici e dei ferrai sono attestati già ai primi del Trecento.

Se per i Visconti la ratifica statutaria fu uno strumento per conservare un solido equilibro politico favorendo la classe dei mercanti a scapito degli artigiani intesi come una pericolosa forza centrifuga, la politica ‘interventista' degli Sforza rientrava invece in un quadro più vasto di disegno politico volto sia a stimolare e sostenere le manifatture milanesi in periodo di crisi, sia a controllare e quindi disciplinare il variegato mondo delle arti. Sarà solo sotto la dominazione spagnola che il riconoscimento dei nuovi statuti avrà un procedere più omogeneo e lineare, passando nelle mani del Senato.

 

Il trend politico-sociale influenza e condiziona la vita e lo sviluppo di ogni singola corporazione. Così il Cinquecento, dopo la fine del conflitto che oppose Spagna e Francia per più di mezzo secolo, è il secolo d'oro delle arti milanesi. In una città come Milano, passata in un quarantennio (1541-1580) da 60 a 108.000 abitanti grazie anche allo sviluppo dei traffici e ad una crescente domanda dei consumi, in primis legati alla produzione auroserica che da sola impiegava tra i 15 e i 20.000 operai, le corporazioni raggiungono il culmine del loro ciclo congiunturale. La formazione di nuove arti nasceva soprattutto dalla sempre più pressante necessità di incanalare e disciplinare questa ingente mole di operai e artigiani in un regolare processo di produzione e distribuzione.

Il Seicento – con il mortale sovrapporsi della guerra dei Trent'anni e della peste del 1630, destinata a lasciare dietro di sé un drastico calo demografico – risente invece di una forte contrazione, soprattutto in quel campo manifatturiero che tanto era stato trainante nel secolo precedente. Tuttavia, dopo un primo periodo di stasi, diverse corporazioni riusciranno a superare la crisi decentrando nel contado la propria produzione: assisteremo così ad una crescente esportazione di semilavorati e ad una conseguente importazione del prodotto finito.

In età di antico regime le corporazioni milanesi, come una maglia dal fitto ordito, permeavano capillarmente tutta la società non solo da un punto di vista strettamente economico – più o meno tutti gli aspetti del vivere quotidiano si declinavano nelle molteplici offerte delle università e dei corpi (cfr. Tabella del 1772) – ma anche sociale e religioso. In un'epoca precaria quale poteva essere quella presa in esame, far parte di un corpo o di una associazione significava porsi sotto il riparo di un «ombrello protettivo»: unirsi in universitates piuttosto che in scholae o paratici faceva sì che l'individuo acquistasse uno status sociale, una propria identità in relazione ad altre più o meno strutturate.

La corporazione rappresentava gli interessi degli iscritti, ne disciplinava le attività, vigilava sull'ubbidienza agli statuti, promuoveva, qualora ve ne fosse stato bisogno, assistenza ai confratelli malati, garantiva preghiere e uffici per i defunti. Al di là dei singoli iscritti, era la loro intera famiglia ad essere inglobata nell'arte stessa. Qualora il matricolato fosse venuto meno, la moglie e i figli potevano prenderne il posto anche se non sempre in modo automatico.

 

Il secolo XVIII, che segna la fine del mondo corporativo milanese e non solo, registra un numero minimo di fondazioni, ma la staticità è solo apparente. Proprio tra fine Sei e inizio Settecento si verificano assestamenti che riguardano sia il numero, sia la struttura stessa delle corporazioni. Al di là di semplici cambiamenti di intestazione, come nel caso dei «beccari» che diventano macellai o i «bindellari» trasformati in tessitori di «lavorini», il fenomeno di maggior rilievo è rappresentato da tutta una serie di accorpamenti e scorporamenti che ridisegnarono la mappa delle arti cittadine, tra gli altri i parrucchieri e i ramai si separarono rispettivamente dai barbieri e dai ferrai; i ciabattini dai calzolai; i berrettai si aggregarono ai cappellai; i pellicciai ai «vairari».

Tale mobilità viene ora interpretata dalla storiografia come un segnale di vitalità, una ripresa del mondo corporativo proprio all'alba del suo tramonto: le arti si dividono per cercare un'ulteriore specializzazione, per presentarsi sul mercato indipendenti, per poter agire in modo più dinamico e ‘libero' di quanto la preesistente configurazione permettesse loro. Questo è per esempio il caso dei «peruccari» i quali, dopo aver vissuto un momento felice con l'espansione dell'uso delle parrucche nel Seicento, ora devono in qualche modo riconvertirsi in parrucchieri tout court seguendo, per non perdere competitività sul mercato, i diktat della moda francese.

Questo secolo è anche caratterizzato da estenuanti querelles tra le arti, le quali oggi sono interpretate come un segnale di dinamicità e promozione sociale. D'altra parte proprio questo modo di agire – violazioni continue delle normative statutarie, continui solleciti al Senato e all'imperatrice per ottenere riduzioni della tassa mercimoniale, liti ad oltranza – misero sempre più in cattiva luce le corporazioni agli occhi dell'autorità centrale, giungendo – certamente non solo per questi motivi – al periodo delle soppressioni che trasversalmente lambirono tutto il mondo corporativo europeo.

I corpi delle arti e mestieri erano ormai visti solo come un ostacolo dal quale l'autorità centrale - in questo caso l'imperatrice Maria Teresa ed i suoi consiglieri - riteneva fosse opportuno liberarsi per poter avviare delle riforme liberiste all'interno di una nuova politica economica. Divenuti ormai una sorta di ‘Stato nello Stato', questi corpi intermedi venivano ad essere solo di intralcio: ogni forma di monopolio era da considerarsi deleteria e invalidante.

Le prime soppressioni abbracciarono il biennio 1773-1775: in tutto furono sciolte 34 arti, quasi tutte minori oltre che in attivo nei loro bilanci. Prima dell'ultimo atto, il 27 luglio 1786, fu istituita a Milano la Camera di Commercio, che avrebbe dovuto raccogliere l'eredità delle arti milanesi, e - il 23 gennaio 1787 - si arrivò all'atto generale di soppressione di tutte quelle università e corpi che ancora sopravvivevano.

Molti problemi però restavano aperti a seguito di questa drastica scelta, quali la questione dell'istruzione dei futuri artigiani (per la mancanza delle scuole-bottega dove questi potessero apprendere l'arte), la tutela del consumatore – l'innalzamento dei prezzi dovuto al libero commercio, non più controllato dalle maglie delle corporazioni e dai cosiddetti sensali che calmieravano i prezzi, portò ad un situazione di grave disagio per la maggior parte della popolazione –, il problema del nuovo status di coloro che nelle corporazioni occupavano i ruoli di maestri, lavoranti o garzoni.

Le Camere di Commercio non arriveranno mai a prendere il posto né si sostituiranno alle corporazioni, ma saranno una forma ‘necessaria' per organizzare gli interessi commerciali economico-politico della Lombardia di fine Settecento.