L'«ordine» delle processioni generali nella Milano del tardo Cinquecento

Danilo Zardin

 

Le pubbliche cerimonie e i grandi rituali religiosi sono sempre stati al centro della vita collettiva. La complessa scenografia secondo cui si strutturavano non era solo l'alimento della religiosità popolare, espressa nei suoi tratti più esuberanti e di più alto rilievo spettacolare. Essa era il teatro in cui la città nel suo insieme dava risalto visibile ai contenuti della sua identità ideale. Li riproponeva a sé stessa e, nel momento in cui ciò avveniva, l'intera ossatura dei corpi associativi che la costituivano era sollecitata a ritessere l'intreccio dei loro legami e dei loro obblighi reciproci, in vista della costruzione di un destino che non poteva essere altro che un destino comune, se nella città si voleva, o si doveva, vivere insieme.

Mettendosi in movimento per allestire i sontuosi cortei delle sue processioni generali, la comunità cittadina come tale chiamava ognuno dei soggetti a cui aveva dato vita a incontrarsi e a interagire nel quadro di un ordine e secondo codici predefiniti, inserendosi nel tutto di cui erano parte. Nel culmine del rito si celebrava una solidarietà fondata sulla combinazione delle particolarità e delle differenze: l'unità del corpo generale ricomprendeva in sé la varietà delle membra collegate da snodi e giunture spesso in difficile equilibrio tra di loro. Ciò che era decisivo era l'aspirazione a una concordia da rinegoziare senza tregua in quanto imposta dalla buona salute dell'organismo sociale: qui dovevano bilanciarsi a vicenda, a costo di tensioni anche aspre che mettevano frequentemente in crisi la più tranquilla stabilità, le istituzioni della Chiesa e i poteri laici, l'autorità dei vertici centrali e le articolazioni periferiche dell'edificio comunitario, i pilastri di un assetto tradizionale e le novità incessantemente portate dall'evoluzione di cui la città era protagonista.

Per mettere a fuoco come si era strutturata la regia dei grandi rituali processionali al momento di avvio della storia della Milano moderna possiamo soffermarci su un documento di speciale interesse. Si tratta dell'Ordo vocationis universi cleri Mediolanensis ac confratriarum urbis, che pubblichiamo qui di seguito. È un documento conservato oggi nell'Archivio Storico Diocesano di Milano, che ci riporta precisamente al 1581, cioè alla piena maturità raggiunta dalla riorganizzazione e dal rilancio, su linee in parte nuove, della ‘macchina' cerimoniale urbana per impulso dell'arcivescovo Carlo Borromeo, dopo l'esordio del suo piano di riforme religiose negli anni sessanta e a seguito dell'intensificazione a cui andarono incontro per effetto dell'epidemia di peste del 1576 (è un momento decisivo di svolta, molto sottolineato dalla storiografia cittadina, per il quale semplicemente rinvio all'analisi svolta nel mio volume Carlo Borromeo. Cultura, santità, governo, Milano, Vita e Pensiero, 2010, cap. III, Alla scuola degli antichi. «Cura de i poveri» e costruzione dell'identità nella «Raccolta di varii ragionamenti» edita in tempo di peste, pp. 55-104; cap. IV, La «perfezione» nel proprio «stato»: strategie per la riforma generale dei costumi nel modello borromaico di governo, pp. 105-142).

 

L'ordo delle processioni conferma in primo luogo che i cortei del cerimoniale religioso cittadino si organizzavano dividendosi in due parti ben distinte. Tutta la porzione anteriore della processione, fino al suo centro di sacralità costituito dai segni del mistero cristiano trasportati lungo le strade – reliquie, corpi santi, ostensorio del Santissimo Sacramento, sempre sotto la scorta di baldacchino onorevole – era occupata dai corpi della società ecclesiastica, o comunque gravitanti nella sua area previlegiata di influenza, secondo l'ordine di una ascesa progressiva nei gradi di dignità gerarchica e nell'anzianità di esistenza: prima erano «chiamate» a entrare in scena (Ordo vocationis, «Ordine di chiamata», era infatti anche il titolo originale dell'elenco che abbiamo sotto i nostri occhi) le «confratriae» dei laici; poi venivano le diverse famiglie del «clerus regularis»; quindi il «clerus dioecesanus», rappresentato dai titolari delle prepositure delle pievi rurali, nel loro specifico ordine di promozione alla carica (ma questa sezione dell'elenco per brevità ora l'abbiamo omessa); di seguito, il «clerus urbanus», di nuovo con una sua gerarchia interna di livelli (cappellani dei due santuari mariani cittadini e delle varie Porte, rettori e curati delle parrocchie, i preti del «collegium» di S. Sepolcro, i canonici delle chiese capitolari fino a quelli sopra tutti gli altri eminenti della basilica del santo patrono Ambrogio); da ultimo, era la volta del «capitulum metropolitanae ecclesiae», che sfilava introdotto dai «vecchioni» del Duomo e dai chierici dei seminari della città, schierando i cappellani e i canonici dei diversi ordini capitolari, arrivando infine ai canonici con piviale, al portatore della croce pontificale, agli assistenti del cardinale arcivescovo, ovviamente all'arcivescovo in persona, al suo vicario generale e ai «prelati» più illustri del clero della cattedrale.

Quasi stupisce che dopo il lungo e minuzioso elenco delle parti ‘clericali' incluse nell'ordine tradizionale di «chiamata» delle processioni generali della città, la porzione ‘laica' in senso pieno si riduca a una coppia di laconiche voci: «Senatus, et magistratus», insieme a «Populus», genericamente inteso, nelle due ultime righe dell'Ordo vocationis vero e proprio, subito di seguito ai ranghi gerarchici del «clero metropolitano», senza nessuna segnalazione di enfasi particolare. Distinto a parte è invece l'elenco delle societates della Santa Croce, posto in appendice all'ordo generale in base a una messa a punto normativa stipulata il 12 marzo 1581, allo scopo di regolare il loro concorso «in quelle eventualità in cui trovavano a intervenire nelle processioni ».

Storicamente molto significativi sono i dati forniti sulla esatta nomenclatura degli enti e delle persone coinvolti nello svolgimento dei cortei processionali, all'altezza cronologica documentata dalla nostra fonte privilegiata. Dopo la menzione del gonfalone cittadino di sant'Ambrogio e dei «pauperes» a cui era affidato il compito di aprire la sfilata dei cortei religiosi, sono ben trentuno, a prescindere dalle «società della Santa Croce», classificate come gruppo a parte, i titoli patronali delle confraternite laicali chiamate in causa per mettere in moto lo snodarsi segmentato dei «corpi» cittadini abbracciati dall'evento della festa cerimoniale. Erano i sodalizi di laici che costituivano l'élite meglio organizzata del ben più fitto tessuto associativo religioso dell'intera popolazione urbana: in essi si riconosce la famiglia sui generis delle confraternite cosiddette di «disciplinati», di lontana discendenza medievale, cui si erano unite, con l'andare del tempo, quelle che comunque erano state assimilate al loro rango prestigioso, che le sollevava al di sopra d tutte le altre confraternite devozionali di natura comune. Solo i «disciplinati» partecipavano schierati come confratelli alle grandi processioni generali, indossando le loro divise di colore diversificato e innalzando i loro preziosi stendardi, che erano il simbolo dell'appartenenza a un corpo di associati tenuti insieme dal vincolo della «fraternità».