Corporazioni e Statuti: aspetti di vita istituzionale

Vesna Cunja

 

Tutti gli aspetti istituzionali, attraverso i quali si esprimeva la vita stessa di ogni arte, erano codificati nello Statuto di ogni singola corporazione. Solitamente, la ratifica del primo statuto era da considerarsi la data fondativa dell'arte, anche se sappiamo dell'esistenza di gruppi di artigiani e mercanti prima che tale norma si imponesse negli anni Trenta del XIV sec. Lo statuto, articolato in una serie di capitoli precisi e puntuali,  diventava così il testo imprescindibile al quale ogni corporato doveva severamente attenersi.

Passando in rassegna diversi statuti si può notare come l'ordinamento interno fosse fondamentalmente simile e ancorato alla tradizione degli statuti più antichi, ratificati tra Quattro e primo Cinquecento (1). Secondo la tradizione,  i sodales si riunivano, secondo tempi e modi propri, per eleggere un capo chiamato «abbate con li suoi officiali subalterni», che aveva l'obbligo di «stabilire un salario a medesimi, convenire fra di loro degli obblighi, subordinazione, e dipendenza de' giovani, e rispettivi garzoni, regolare quello, che ogn'uno deve annualmente contribuire al paratico»,trovare i fondi per le messe e «statuire» di onorare, appunto, il santo patrono dell'arte con messe e feste solenni. In quasi tutte le università troviamo la figura dell'abate, insieme a due consoli e a un tesoriere o «canevaro» (solo alcune corporazioni maggiori o derivate da aggregazioni successive presentavano lievi differenze, come l'Università dei mercanti d'oro, argento e seta che contava dodici abati, di cui otto provenienti dai mercanti di seta e gli altri da quelli d'oro e «tira oro»). Gli abati e i sindaci venivano scelti solitamente dall'assemblea dei soci. Solo con le fondazioni di fine Cinquecento assistiamo invece al consolidamento – all'interno dell'arte – di una struttura di tipo oligarchico: sempre più il corpo elettorale, da assemblea aperta a tutti i soci, si restringe ai soci «più ricchi et habili», a una lista di «ufficiali perpetui».

L'elezione avveniva in determinati giorni dell'anno che potevano coincidere o meno con la festa del santo patrono, come nel caso dei cappellai che si riunivano nel giorno della festa di san Giacomo (1 maggio), a san Michele per i pesciari, a sant'Agostino – che era anche il santo protettore (28 agosto) – per i ricamatori, a santa Caterina per i ferrai e il giorno della Madonna della Neve (5 agosto) per i bindellari, mentre molti mestieri preferivano il giorno di sant'Ambrogio, patrono della città.

L'abate insieme ai consoli formavano una specie di consiglio corporativo che doveva dirimere eventuali questioni o liti, controllare che venissero rispettati gli statuti, giudicare i colpevoli e gli insolventi. Accanto a questo triumvirato spiccava la figura del notaio, segretario della corporazione, che aveva la responsabilità di tenere i due libri di matricole, uno per i maestri, l'altro per i lavoranti e garzoni. A casa del notaio (oppure dell'abate) si tenevano anche le assemblee per quelle corporazioni che non avevano sede propria: questo capitava per la maggior parte delle arti, soprattutto per quelle minori o che poco potevano investire per l'affitto di una stanza. Per esempio i mercanti auroserici e i lanaiuoli avevano una loro «camera» all'interno del Broletto così come il collegio dei chirurghi e barbieri aveva sede in «due sale» poste nel Campo Santo dove, nello stesso caseggiato, si congregavano anche i droghieri e i legnamari che condividevano la stessa stanza con gli «offellari». Diverse associazioni professionali avevano invece la loro sede presso chiese o oratori, come la Scola de gli orefici, che si riuniva nella chiesa di S. Michele al Gallo in Porta Comasina. Nell'oratorio di S. Giovanni Battista, sempre in Porta Comasina, avevano la loro base i mercanti di Lione e Fiandre. L'Abbatia de'muratori teneva adunanza nel «luogo sopra il volto della cappella di S. Maria de Ceppi», il paratico dei sarti in una camera presso S. Pietro Linto (concessa ai sarti da san Carlo).

Per diventare maestri bisognava passare attraverso il cosiddetto «garzonato»: un periodo più o meno lungo - a seconda anche della maggior o minor difficoltà dell'arte, come nei tessitori di seta, d'oro e argento, dove il tirocinio era di sei anni per i lavoratori del velluto, cinque per quelli di damasco e broccati, quattro per raso, «cendale» e «tabi» e solo due per il «linzaruolo» (un tessuto più scadente) –, periodo nel corso del quale l'aspirante maestro stava a bottega presso un anziano. In seguito, come lavorante, doveva trascorrere altri anni in bottega (anche se alcune corporazioni omettevano questo passaggio) e infine, sottoponendosi a un rigido esame, poteva aspirare a diventare maestro a tutti gli effetti. I sellari, per esempio, dovevano saper fabbricare una sella con i relativi finimenti, mentre i cappellai erano tenuti a cimentarsi nella fabbricazione di sei cappelli, due per ciascuna specie allora in voga: cappelli «fini, mezani et modelli da coprire». Analogamente, per accedere all'Università dei librai occorreva dimostrarsi capaci di padroneggiare il «modo, e forma di disporre, ed ordinare una libreria confusa», oltre che nella stima dei volumi; per gli stampatori invece era indispensabile avere una ottima «cognitione dei caratteri», saper comporre una pagina tipografica, più precisamente un «arbore di famiglia» o il frontespizio di un libro, e infine riuscire a metterla in stampa.

In realtà la strada verso l'accesso alla matricola era molto lunga. Comportava spesso notevoli costi, tanto che solo pochissimi arrivavano con successo alla fine del percorso. Passato l'esame e pagata la tassa di matricola, il nuovo maestro doveva affrontare l'ardua scelta del luogo dove aprire la sua bottega: molto severo era il capitolo – presente in tutti gli statuti – sulla distanza minima da rispettare tra una bottega e l'altra, che equivaleva a sei botteghe per i parrucchieri, a duecento passi per i pellettieri, a cento braccia per i librai e stampatori, oppure – in riferimento alla scadenza – di un anno di tempo riservata a calzolai e offellari per domiciliare la loro attività.

 

Gli statuti non erano un "testo statico": spesso, infatti, si richiedeva all'autorità pubblica di ratificare statuti "aggiornati" (insieme alla riconferma di antichi privilegi) in vista di una sorta di adeguamento dei contenuti statutari ai mutamenti produttivi. Inoltre vi era lo scopo ben preciso di rinverdire norme spesso volutamente dimenticate come quelle che delimitavano il campo d'azione delle singole corporazioni che - pur essendo molto dettagliate e oggetto di forti sanzioni il trasgressore – si eludevano, sconfinando così nell'orbita altrui, mettendo a rischio e indebolendo il monopolio della propria arte.

 

Note

(1) Dove non altrimenti specificato, le citazioni sono tratte da statuti conservati in ASMi, Atti di governo, Commercio p.a., cartt. 34, 35, 144-146, 198, 223, 255-260 e Senato, Deroghe, cartt. 50-56.