Corporazioni fra culto e devozione

Vesna Cunja

 

Negli statuti delle corporazioni d’arte e mestieri si regolavano non solo gli aspetti legati più strettamente alla sfera lavorativa, ma anche quelli devozionali e caritativi. La corporazione non solo codificava il lavoro tout court, ma anche tutti quegli aspetti legati alla sfera più religiosa del vivere quotidiano, i compiti che il “vero cristiano” deve adempiere per avvicinarsi a Dio. Anche attraverso la propria professione, il corporato poteva santificarsi e il suo lavoro diventare non più un ostacolo, bensì un mezzo. Le corporazioni erano vivamente permeate dal linguaggio dell’universo religioso, che si traduceva in norme morali, doveri di mutua assistenza, uso di simboli, cura di devozioni.

A Milano - in modo particolare - la valorizzazione in chiave religiosa della condizione secolare, in primis la famiglia e quindi la bottega, era diventata anche il nerbo della pastorale «borromaica», animata dagli intenti riformatori di san Carlo alla fine del Cinquecento. Nella terza parte dei suoi Ricordi, dedicata proprio a «li mastri, et capi di botteghe, et loro ministri, et garzoni», il Borromeo propugna l’idea della bottega non come un luogo profano, ma come uno spazio in cui la societas christiana, organizzata nelle sue professioni e sotto la guida di maestri ‘laici’ potesse «eleva[re] il proprio culto a Dio» abbracciando anche l’esercizio del lavoro. Egli invita i capibottega a trattare i garzoni e i lavoranti con carità, a versare ad ognuno di loro il giusto compenso, ed insieme si rivolge a questi ultimi perché siano leali e fedeli ai propri maestri, portando loro rispetto e onore. Anche nella sua bottega quindi l’artigiano era chiamato in causa come uomo cristiano, ed ecco che gli stessi statuti riprendono codici tipici del vissuto religioso, mettendoli in rapporto con l’appartenenza al medesimo corpo professionale: si raccomandano le preghiere, le opere di carità, la devozione verso il santo protettore. Ogni corporazione non poteva esimersi dallo sceglierne uno al momento della propria fondazione. Così troviamo la figura emblematica di san Giuseppe patrono degli «intornitori», dei pellettari e dei legnamari. Rimanendo nel solco della tradizione cittadina, i cappellari e berrettai, i mercanti di fustagno insieme agli aggugiari scelgono sant’Ambrogio, sant’Ambrogio ad Nemus invece per librai e stampatori, san Carlo per i mercanti d’oro e argento falso e i chincaglieri. Alcune volte si sceglie un santo vicino alla propria professione anche in senso lato come san Paolo per gli spadari, san Lucio - pastore casaro - per i lattari, sant’Eligio per gli orafi (protettore anche dei ferrai), san Martino per barbieri e chirurghi, san Giorgio per i sellari. Nel giorno commemorativo del santo protettore non solo è d’obbligo astenersi dal lavoro (così come è richiesto per le feste principali, pena il pagamento di una ammenda anche salata), ma anche partecipare alla messa più o meno solenne che si celebra per l’occasione (1).

Oltre che nelle opere di pietà quali le messe quotidiane o annuali, la tutela contro le insidie della morte solitaria con l’obbligo di partecipare ai funerali e il suffragio dei defunti, il risvolto ‘confraternale’ dell’associazione di mestiere si declina in una serie di atti di carità che, dalla cerchia interna delle botteghe, si propagano verso il mondo che sta al di fuori. Se alcune corporazioni raccolgono l’elemosina solo per i ‘propri’ poveri – spesse volte in bussole poste presso le porte della bottega come avviene per esempio per l’Università dei Chirurghi e barbieri con l’ordine di aprirle solo ogni sei mesi, o in altri casi destinandone gli introiti a una regolare distribuzione in giorni fissi come la festa di Natale – altre lo fanno anche per i poveri della città, assicurando a loro beneficio elargizioni in natura come l’offerta di pane e riso tramite «segni» di riconoscimento dei bisognosi in uso presso i mercanti di Lione e Fiandre (6 gennaio). I calzolai per assistere gli infermi invece scelgono un infermiere per Porta mentre i bindellari pagano ogni anno due soldi a telaio.

Quando, a metà Settecento, per una debolezza economica sempre più endemica, questa sorta di protezione garantita dalla solidarietà delle arti viene scemando, ecco che un numero sempre più cospicuo di addetti alle professioni si affida alle associazioni confraternali per poterne godere il sostegno soprattutto in quell’ultimo rito di passaggio che era la morte. Sempre più frequentemente all’interno del mondo corporativo assistiamo alla nascita di congregazioni funerarie (dette anche «consorzi» o «pie adunanze») che dovevano provvedere, oltre che a esequie dignitose, a messe di suffragio e a uffici individuali. Incontriamo così la confraternita funeraria per i «maestri e lavoranti» dell’Università dei tessitori di lino, dei bindellari, la Pia adunanza dei librai e cartari, quella dei prestinai di pane bianco: le due anime della tradizione associativa, quella confraternale e quella corporativa, si intrecciano e i confini sono sempre sfuggenti. Ancora al momento delle soppressioni settecentesche la corporazione dei legnamari si faceva chiamare «Scola di SanGiuseppe», impegnandosi a finanziare una messa quotidiana all’altare di san Giuseppe in Duomo e mantenendo, oltre che un cappellano, anche un chierico. Pure gli orefici mantenevano la denominazione di «Scola di Sant’Eligio», restando aggregati alla chiesa di S. Michele al Gallo, dove curavano un altare con arredi preziosi e facevano celebrare messa una volta al mese mentre i calzolai gravitavano invece su S. Martino di Compito, dove avevano sede sia l’università, sia la confraternita.

 

Note

(1) Solitamente in questo giorno la messa veniva cantata (spesso già durante l’anno si raccoglieva la somma dovuta) e più la corporazione era ricca e prestigiosa, più anche la festa risultava esserlo. Così gli spadari e lanzari nel giorno di san Paolo, per la somma di 70 denari, allestiscono la chiesa, fanno celebrare una messa cantata con musici e un vespero dopo pranzo e il giorno seguente (26 gennaio) un officio per i morti della propria università. Il collegio dei barbieri e chirurghi destina invece un livello di 10 lire imperiali per la festa di san Martino, mentre gli speziali 30 soldi per la festa di san Giovanni Damasceno.