L'associazionismo caritativo

Paolo Valvo

 

L'antico adagio secondo cui «la necessità aguzza l'ingegno» si dimostra particolarmente calzante per descrivere il fondamentale contributo offerto dal mondo delle associazioni alla beneficenza cittadina. Nell'esercizio della carità – forse più che in ogni altro campo d'azione – la società civile milanese dà infatti prova della sua creatività, che le permette di adattare una secolare tradizione di solidarietà e assistenza alle mutevoli esigenze di un contesto urbano in continua evoluzione (1).

Volgendo lo sguardo all'insieme delle associazioni di beneficenza, i motivi che muovono i milanesi a unire le proprie forze nell'affrontare le necessità dei più bisognosi sono i più disparati. Si va da eventi eccezionali come l'esondazione del Po – che nel 1879 spinge alcuni cittadini a istituire un Comitato di soccorso per gli esondati, capace in pochi mesi di riuscire a raccogliere l'impressionante cifra di 364.170,52 Lire, prima di estinguersi a emergenza cessata – alla presa in carico di bisogni forse meno evidenti, ma non meno rilevanti sul piano sociale. È il caso, per citare un ente fondato nello stesso anno, del Patronato per gli adulti liberati dal carcere, che si propone di assistere gli ex-detenuti per facilitarne il reinserimento nella società, attraverso un patrocinio della durata minima di due anni, durante i quali l'ente provvede alla ricerca di un lavoro per i suoi assistiti – affiancati da dei veri e propri tutor – e al loro mantenimento.

La decisione di dare vita a un sodalizio caritativo spesso matura all'interno di un ambito professionale definito, i cui membri mettono a disposizione della nascente opera non solo tempo e risorse economiche, ma anche la propria professionalità. Così accade ad esempio per la Società di patrocinio per i pazzi poveri della Provincia di Milano, nata nel 1874 per iniziativa dei medici alienisti milanesi membri dell'Associazione freniatrica italiana, con l'obiettivo di sostenere moralmente ed economicamente quanti, ricoverati nei manicomi, pur essendo migliorati o guariti non possono uscirne in quanto versano in una situazione di indigenza o di abbandono. La centralità della ʻcompetenzaʼsi riflette normalmente anche nella governance di queste associazioni: in questo caso particolare, la responsabilità direttiva e amministrativa della Società spetta infatti a una Commissione composta da dodici membri, sei dei quali – per statuto – devono essere medici alienisti.

L'esigenza di coordinare gli sforzi delle molteplici istituzioni caritative esistenti a Milano, al fine di soccorrere nel modo più efficace possibile le classi più bisognose, è lo spunto da cui prende vita il 29 giugno 1893 la Società umanitaria, a partire dal lascito testamentario di Prospero Moisé Loria, il quale già nel 1884 – in occasione del Congresso di beneficenza pubblica svoltosi a Torino – aveva enunciato «l'idea di promuovere una Società che potrebbe chiamarsi Società Umanitaria, la quale sotto il patrocinio del Congresso potrebbe applicare alla Beneficenza tutti i criteri che possono derivare dal grande e fecondo principio d'associazione, all'intento di coordinare tutto ciò che esiste di filantropico, e in pari tempo di promuovere tutto ciò che si potrebbe praticamente creare di nuovo, armonizzando il tutto a uno scopo unico» (2). L'obiettivo fondamentale che l'Umanitaria si prefigge fin dagli inizi – segnati da numerosi ostacoli, dal testamento impugnato dagli eredi del Loria allo scioglimento dell'associazione decretato dal generale Bava Beccaris contestualmente ai moti del maggio 1898 – è di aiutare i più poveri e diseredati a migliorare da sé stessi la propria condizione, favorendone l'inserimento nel mondo del lavoro, nell'ottica di un più ampio sviluppo educativo e sociale della cittadinanza. L'opera dell'Umanitaria si inscrive in un mainstream culturale di tipo positivista, socialista e riformista, che ispira le numerose realizzazioni – spesso di assoluta avanguardia – dell'ente. Prime tra esse in ordine di tempo la Casa del Lavoro, volta a contrastare l'accattonaggio e il vagabondaggio, l'Ufficio di collocamento e l'Ufficio d'indicazione, il quale ultimo concretizza il desiderio del Loria di coordinare l'insieme delle istituzioni di beneficenza cittadine, indirizzando il bisognoso verso gli enti caritativi più adatti a rispondere alle sue esigenze. Il raggio d'azione della Società si estende a macchia d'olio negli anni seguenti, che vedono nascere nel medesimo alveo numerose Scuole d'incoraggiamento d'arti e mestieri, la Scuola del libro, la Casa degli emigranti (dietro la vecchia Stazione Centrale), l'Ufficio agrario, l'Istituto di credito per le cooperative, la Cassa di sussidio per la disoccupazione e le Case dei bambini (istituite grazie al contributo di Maria Montessori). Nel 1906 e 1909 l'Umanitaria promuove inoltre la costruzione di due moderni quartieri operai, in zona Macello (attuale via Solari) e in zona Rottole (attuale viale Lombardia).

Oltre che per i suoi riferimenti culturali e religiosi, l'associazionismo caritativo di Milano rappresenta un prezioso oggetto di studio anche da un punto di vista organizzativo. Il caso dell'Umanitaria è infatti emblematico di come diverse opere, crescendo nel tempo, raggiungano un livello di complessità strutturale tale da non avere nulla da invidiare agli odierni «transatlantici della carità» (3) che continuano a fare del capoluogo lombardo la città della beneficenza. Valga come ulteriore esempio in proposito il Pio istituto per i sordomuti poveri di campagna, fondato nel 1853 per iniziativa del sacerdote Eliseo Ghislandi e del conte Paolo Taverna con il concorso di altri cittadini, e destinato a rivestire un ruolo pioneristico in Italia nell'assistenza ai giovani sordomuti e sordoparlanti. Alla crescita esponenziale della sua attività, nel corso dei decenni, corrisponde la progressiva nascita di numerosi enti collegati che si fanno carico delle sempre nuove esigenze sorte in seno all'organizzazione madre, come il Patronato "Luogo pio Caimi", nato in seguito al lascito effettuato al Pio Istituto dalla famiglia Caimi nel 1859, con l'obiettivo di assistere i sordomuti anche dopo il periodo della loro istruzione. Ugualmente collegati all'ente primigenio sono l'Associazione benefica sordoparlanti, che promuove il mutuo soccorso e la previdenza tra gli ex allievi del Pio Istituto, e il Comitato milanese "Pro mutis", che sostiene i sordomuti in tutte le fasi della vita attraverso il patronato, l'educazione prescolastica, il mutuo soccorso, le case di lavoro, le cure climatiche e balneari, promuovendo in aggiunta a queste attività la pubblicazione di periodici specializzati quali la Rivista di pedagogia emendatrice per l'educazione dei sordomuti e degli anormali affini, pubblicata dal 1907 al 1922. A completare il quadro degli enti collaterali vi sono il Giardino d'Infanzia, sorto nel 1919 come opera di riparazione fisica volta a ottenere dal piccolo sordomuto una prima espressione fonetica, la Casa San Giacomo di Vedano Olona per giovani sordoparlanti orfane e abbandonate e la Casa del sordoparlante, che funge da pensionato per gli ex allievi senza famiglia e senza casa; quest'ultimo ente risulta dotato anche di uffici di assistenza medica, legale, professionale e religiosa.

La genesi di organizzazioni associative sussidiarie è in diversi casi uno strumento irrinunciabile per garantire all'opera di carità un flusso di finanziamenti adeguato alle sue esigenze; anche in questo ambito particolare – che oggi potrebbe essere definito di fund raising – ci si imbatte in esempi particolarmente innovativi per l'epoca, come quello dell'Opera pia Catena. Fondata nel 1903 da un gruppo di milanesi in memoria del prevosto di S. Fedele don Adalberto Catena, l'ente si prefigge lo scopo di offrire a malati poveri di entrambi i sessi i benefici della cura balneare salsojodica nella località di Salsomaggiore Terme. Le imponenti dimensioni dell'Opera, che nel solo anno 1937 arriva ad accogliere nelle proprie strutture ben 2599 malati, spingono alcuni suoi sostenitori a fondare il Comitato "Protettrici dell'Opera pia Catena", che intende sussidiare direttamente i malati più indigenti attraverso un sistema di voucher. I benefattori acquistano dal comitato dei buoni di cura, che il comitato provvede a destinare ai bisognosi a seconda delle necessità. Il voucher, che consente di coprire le spese di un soggiorno di venti giorni a Salsomaggiore, non porta il nome dell'offerente ma di un defunto, che viene così affidato alle preghiere dell'indigente beneficato. L'iniziativa ottiene un notevole successo anche presso le istituzioni pubbliche, come il Municipio di Milano, che provvede ad acquistare un considerevole quantitativo di buoni.

 

Note

(1) Per un quadro storico delle istituzioni caritatevoli milanesi fino al XVIII secolo si veda M. Bascapè- L. Aiello- S. Rebora (a cura di), Milano. Radici e luoghi della carità, Allemandi, Torino 2008.

(2) In merito alla nascita e ai primi anni di vita della Società Umanitaria si veda M. L. Ghezzi- A. Canavero(a cura di), Alle origini dell'Umanitaria. Un moderno concetto di assistenza nella bufera sociale di fine ‘800 (1893-1903), Società Umanitaria - Raccolto Edizioni, Milano 2013.

(3) L'espressione venne utilizzata dall'arcivescovo di Milano mons. Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI) in riferimento al Piccolo Cottolengo di don Luigi Orione.

 

[nelle immagini: La Casa degli Emigranti, 1907 circa; Cortile del quartiere operaio di via Solari, 1906 circa]